[Romanzo] L’anno della lepre, di Arto Paasilinna

E’ strano come certi libri entrino a far parte della nostra vita e finiscano col lasciare un segno indelebile.
E’ un po’ come quegli incontri (rarissimi), dove con l’altra persona scambiamo appena poche chiacchiere, eppure già ci sembra di conoscerle da una vita; ci sentiamo compresi ed entriamo subito in sintonia come non ci è mai accaduto con nessun altro. Sembrano incontri tutt’altro che casuali, sebbene non abbiamo fatto nulla perché accadessero. Volendo azzardarci, potremmo addirittura chiamarlo Destino.
Ecco, più o meno è quello che è accaduto a me con L’anno della lepre.
Mi è stato regalato anni fa, da una mia ex collega di lavoro. Avendo saputo della mia passione per la scandinavia e del mio ritorno da un viaggio in Finlandia, ha pensato che avrei apprezzato questo romanzo, che per lei significava molto.
Non si sbagliava.

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Scheda
Titolo originale: Jäniksen vuosi
Autore: Arto Paasilinna
Genere: narrativa / umoristico
Numero di pagine: 204
Anno: 1975
Editore italiano: Iperborea
Lingua originale: finlandese
Traduttore: Ernesto Boella

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Trama
Kaarlo Vatanen è un giornalista quarantenne che vive a Helsinki.
Una sera d’estate, di ritorno in città, l’auto guidata dal suo collega fotografo investe un leprotto, che fugge spaventato nella boscaglia.
D’istinto, Vatanen lo insegue per assicurarsi che stia bene e si inoltra a sua volta nel bosco, incurante del collega che lo chiama.
Il leprotto se l’è cavata con una zampina rotta, ma per Vatanen è una sorta di momento catartico: riflettendo sulla sua vita e sull’infelicità che lavoro e vita coniugale gli provocano, su due piedi decide di mollare tutto, prendersi cura del leprotto e vivere a contatto con la natura.

Sull’automobile viaggiavano due uomini depressi. Il sole al tramonto, battendo sul parabrezza polveroso, infastidiva i loro occhi. Era l’estate di San Giovanni. Lungo la strada sterrata il paesaggio finlandese scorreva sotto il loro sguardo stanco, ma nessuno dei due prestava la minima attenzione alla bellezza della sera.

Così inizia il romanzo.

Da appassionata di fantasy, leggo moltissimi romanzi di questo genere. Tuttavia mi è capitato di leggere dei fantasy tanto banali da non trasmettere alcuna magia; L’anno della lepre, al contrario, è ricco di magia fiabesca pur non essendo affatto un romanzo fantasy.
La magia del libro sta tutto nell’umorismo dell’autore, garbato ma tagliente e dal modo in cui, pagina dopo pagina, prendono vita le curiose e strampalate creature di cui seguiamo le gesta: i finlandesi.

Un’immagine della sconfinata natura finlandese.
Un’immagine della sconfinata natura finlandese.

Di Arto Paasilinna, scrittore prolifico e molto famoso in patria, non avevo mai letto nulla prima di allora. Anzi, a dire il vero non sapevo neppure della sua esistenza.
Di origine lappone, è stato giornalista, tagliaboschi e poeta prima di cimentarsi nella narrativa. Scritto nel 1975, L’anno della lepre è il suo terzo romanzo ed è quello che lo ha consacrato come scrittore.

La narrazione scorre veloce, tanto che le 200 pagine si leggono anche in uno o due giorni. A volte il raccontato ha la meglio sul mostrato, ma quando l’autore mostra i personaggi in azione, lo fa in maniera efficace.
Lo stile di Paasilinna è sempre asciutto, fatto di frasi brevi e che vanno dritte al sodo. I dialoghi sono concisi, spesso intervallati da lunghi, pacifici silenzi. E’ proprio in questi silenzi che si fa spazio uno dei personaggi principali del romanzo: la Finlandia.
Con le sue descrizioni incisive, senza troppi fronzoli, Paasilinna conduce il lettore attraverso la natura incantevole, ora pacifica, ora impervia, di un Paese per il quale prova un amore che traspare a ogni pagina.
Il carattere dei finlandesi è strettamente legato alla natura della loro terra; non si può capire l’uno, senza conoscere l’altro. L’umorismo dell’autore li fa apparire bizzarri e un po’ sopra le righe, ma è notevole come riesca allo stesso tempo a far trasparire quella disperata malinconia che li accompagna per tutta la vita, soprattutto nei gelidi inverni scandinavi. Una malinconia che spesso si cerca di diluire con fiumi d’alcool, altro grande protagonista del romanzo.
Il fatto che L’anno della lepre sia classificato come di genere umoristico, infatti, è un po’ fuorviante; chi si aspetta di farsi grasse risate con questo libro (come per gli altri dello stesso autore) rischia di rimanere deluso.
Dopo la fuga dalla civiltà di Vatanen, il romanzo è tutto un susseguirsi di incontri con personaggi stravaganti. Sono questi e le avventure spesso al limite del surreale che rendono la storia una specie di parodia della vita. Ecco, Paasilinna è uno di quegli autori che riescono a trovare il lato assurdo perfino nelle situazioni più drammatiche e non esita a farsene beffe.

Babbo Natale sulla slitta in Lapponia
E’ finlandese, vive in Lapponia, ma non è uno dei personaggi del romanzo.

La trama non segue una struttura classica. Ogni capitolo ci introduce un diverso personaggio che a modo suo interagisce con Vatanen e ha una diversa reazione nei confronti del leprotto. La maggior parte di essi lo coccolano, altri ne sono intimoriti o infastiditi. Qualcuno gli spara addosso e c’è addirittura chi lo rapisce con l’intenzione di sacrificarlo agli antichi dèi finnici.
La lepre, fulcro del romanzo, simboleggia quella natura che risveglia l’uomo dal suo torpore di “creatura civilizzata” e lo richiama a sé. Non è un caso, quindi, che ognuno dei personaggi reagisca in maniera differente di fronte a questo richiamo.
Vatanen, di origine lappone, non può resistervi.
La natura, pure con i suoi pericoli e le fatiche a cui lo costringe, appaiono molto più soddisfacenti di quella vita piatta, ormai vuota, che era abituato a condurre, popolata da persone ancora più piatte e più vuote. E’ adesso che inizia finalmente a sentirsi vivo, come mai prima d’ora. E’ adesso che può ricominciare daccapo.

Sebbene tutti, almeno una volta, ci siamo sentiti un po’ stretti e soffocati dalla quotidianità della nostra vita, non tutti abbiamo la fortuna di sentire il richiamo della natura. Non è neanche detto che sia necessario.
A volte basta anche solo un libro un po’ speciale, che ci apra gli occhi e ci induca a chiederci se la sicurezza offerta dalla quotidianità valga davvero più della nostra felicità.
Questo romanzo, che mi è arrivato come un dono inaspettato, per me un po’ lo ha fatto e ho scritto questa recensione nella speranza, magari, di riuscire a donarlo a mia volta a chiunque abbia la pazienza di leggerla.

Voto complessivo: Tre stelle e mezzo Ottimo lavoro

Un video per creare un po’ di atmosfera. Dawn Light, di Máddji. È cantata in lingua Sami, parlata dai popoli che abitano la Lapponia.


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