La dura vita di noi frignoni

Qualche giorno fa, sotto il getto dell’acqua, tra una lavata di ascella e l’altra, mi è capitato di ripensare ai tempi in cui avevo la fissa per i drama giapponesi.
Tra i tanti drama che mi sono scaricata procurata, ce n’è uno che mi è rimasto impresso: Kamisama mou sukoshi dake (Taduzione: Dio, ti prego, dammi un po’ più di tempo).
Come si intuisce già dal titolo, la storia è drammatica ed emotivamente impegnativa.

Locandina di Kamisama Mou Sukoshi Dake

Uno dei miei attori asiatici preferiti è da sempre Takeshi Kaneshiro e a quei tempi ero così innamorata in fissa con lui, che ero disposta a sciropparmi qualsiasi pippone melodrammatico pur di vederlo. Quando sono riuscita a mettere le mani su questo drama, quindi, che tra l’altro aveva avuto un clamoroso successo in Giappone, ero felicissima.
Il drama, effettivamente, non era male, tanto che lo ricordo vividamente ancora oggi. Purtroppo, però, questo segno indelebile non è dovuto tanto alla qualità del drama, quanto al continuo frignare della protagonista, Masaki.
Non dico che piangere sia sbagliato, ma quando un personaggio piange praticamente in ogni scena, ogni tre minuti, per dodici puntate, la cosa si fa davvero troppo pesante (ma per Takeshi ho sopportato stoicamente fino alla fine! 😉 ).

Kamisama mou sukoshi dake - Masaki
Masaki (stranamente) piange.

Mentre ripensavo al faccione grondante di lacrime di Masaki, però, nel mio cervello mi si è fatto strada un pensiero: spesso si detesta negli altri proprio quello che non sopportiamo di noi stessi.
Infatti, se ripenso a tutti quei romanzi, film o situazioni che mi hanno fatto piangere come una fontana, mi chiedo se non sia una “frignona” pure io.
Eh sì, perché io non sono una di quelle che di fronte a un Bambi rimasto orfano versa qualche lacrimuccia, no; io apro i rubinetti, do’ sfogo alle fontane del Niagara, scateno le piogge di Castamere! Tra un singhiozzo e l’altro dai miei occhi scende una quantità di lacrime tale che a Noè comincia a venire il dubbio se sia il caso di tirare fuori di nuovo l’Arca.
E non mi commuovo solo sul momento, ma pure anni dopo, ogni volta che ci ripenso.
Da lettrice, cinefila e appassionata di serie tv, di lacrime ne ho versate così tante, che se dovessi rivedere la mia vita in un flash, praticamente mi vedrei piangere tutto il tempo come quello strazio di Masaki!

E così, mentre l’acqua della doccia mi scivolava addosso, ho dovuto ammettere a me stessa di essere anch’io una “frignona”!
In attesa quindi di trovare un centro di recupero di frignoni anonimi, ecco una lista di 5 scene che mi scatenano crisi di pianto e disagi mentali anche a distanza di anni.

1) La morte del cavallo di Atreiu
Quando ero bambina, uno dei film fantasy che andava per la maggiore era La storia infinita, produzione made in USA che aveva stuprato portato sullo schermo il capolavoro di Micael Ende.
Durante il suo viaggio, Atreiu finisce nelle Paludi della tristezza. Metafora della depressione, questo è un luogo desolato, apparentemente senza fine, dove chi perde la speranza viene inesorabilmente risucchiato nelle sabbie mobili.
Artax, il fedele cavallo di Atreiu, cade in una delle sabbie mobili e, preso dallo sconforto, si lascia sprofondare inesorabilmente. A nulla servono le parole e le suppliche di Atreiu; Artax è ormai preda della disperazione e per lui non c’è più speranza.
Ogni volta che rivedo quella scena, assisto impotente alla sua morte e un pochino muoio anch’io.

Crying on the sofa

2) Il pianto di Satsuki in “Il mio vicino Totoro”
Questa non è una scena propriamente drammatica, ma che lo stesso mi causa crisi di pianto incontrollate ogni volta che riguardo il film.
Mi riferisco a quando, dopo aver ritrovato sana e salva la piccola sorellina Mei, che si era persa nel tentativo di andare a trovare la mamma in ospedale, Satsuke scoppia in un pianto liberatorio. Fino a quel momento, Satsuke si è presa cura della sorellina senza mai lamentarsi e senza far capire agli altri quanto anche lei sentisse la mancanza della mamma. Lo spavento causato dalla scomparsa della sorellina e il senso di colpa per averla persa di vista, la portano finalmente a liberasi del peso che si è caricata sulle spalle fino a quel momento. Finalmente rivela alla nonnina le paure che si porta dietro tutti i giorni, paura di perdere per sempre la sua mamma, di non essere in grado di prendersi cura di Mei, di non rivelarsi abbastanza responsabile agli occhi del papà… tutte paure che una bambina di undici anni non dovrebbe avere.
Trovo che sia una scena tempo stesso molto dolce e molto toccante. Il modo in cui Miyazaki mette in luce l’animo umano attraverso i suoi personaggi non smette mai di meravigliarmi.

Diane Keaton crying

3) L’addio di Matt Smith a Doctor Who
Ho adorato il suo Dottore dal primo momento. Adoravo la sua simpatia, la sua goffaggine, quel suo modo di dinoccolarsi come una giraffa ubriaca, quel suo essere giovane e iperattivo in un momento, e magicamente ricoprirsi di rughe e ingobbirsi come un vecchietto l’attimo dopo. Adoravo Eleven perché era l’unico a notare un bambino che piangeva nascosto in un angolo. Perché travestirsi con farfallini e Fez ed entusiasmarsi come un ragazzino per ogni cosa era un modo per nascondere il suo dolore. Perché faceva discorsi epici che zittivano l’intero universo.
E adoro Matt Smith perché ha retto alla pressione del dopo-Tennant anche quando nessuno credeva in lui. Perché quando una piccola fan gli ha confessato di aver paura dei Dalek, lui ha promesso di sconfiggerli per lei. Perché Steven Moffat ha confermato che si muove davvero come una giraffa ubriaca. E, cosa non da poco, perché un attore brillante.
Eleven è e sarà sempre il mio Dottore e ricorderò sempre quando il Dottore era Matt Smith (semi-cit.).

Zooey Deschanel Crying

4) I girasoli di Van Gogh
Da fan dell’Undicesimo Dottore, non posso non ricordare uno degli episodi più belli che lo hanno visto protagonista, quello in cui incontra nientemeno che Vincent Van Gogh.
Prima che i suoi quadri raggiungessero valori stratosferici, quando era solo un artista povero che cercava di trovare un suo posto nel mondo, nessuno credeva in lui. I suoi quadri, che oggi vengono acquistati per milioni di euro, ai suoi tempi venivano considerati poco più che “croste” e lui nient’altro che un pazzo da tenere alla larga.
Vincent non demordeva e continuava a dipingere, ma la sua anima era fragile, insicura, e su di lui già incombevano quelle ombre che più tardi lo avrebbero portato a porre fine alla sua vita.
Eleven lo sa, ma sfidando le leggi dello spazio e del tempo, porta Vincent a una esposizione dei suoi quadri al Musée D’Orsay dei giorni nostri. Così, quando la guida dell’esposizione esprime ad alta voce tutta la sua ammirazione per il lavoro del pittore, Vincent ascolta commosso e per la prima e unica volta nella sua vita può capire quanto vale come essere umano e come artista.
Così vediamo riparato un gravissimo torto della Storia e, anche se sappiamo che purtroppo è solo fantasia, per un attimo ci sembra davvero che Vincent Van Gogh non sia morto senza sapere quanto valeva come artista e come essere umano e per un attimo, forse, si è sentito un po’ meno solo.

Crying

5) L’ultimo romanzo di Terry Pratchett
Questa purtroppo non è una scena di un film, ma la realtà.
Quando Terry Pratchett morì, la figlia Rihanna postò un tweet con queste parole “AT LAST, SIR TERRY, WE MUST WALK TOGETHER”.
In maiuscolo, come erano scritti i dialoghi del personaggio di Morte, che nei suoi romanzi accompagnava i defunti “speciali” del Mondo Disco nell’oltretomba. Alla fine, Morte è giunta ad accompagnare anche il suo creatore.
L’ultima serie ambientata sul mondo sorretto dalla Grande A’Tuin, è quella della streghetta Tiffany. L’ultimo romanzo, The Shepherd’s Crown, non l’ho ancora letto e non so se sarò mai in grado di leggerlo.
Come potrei farlo, sapendo che quelle parole sono le ultime che Lui ha scritto? Sapendo che non ce ne saranno altre? Sapendo che quella Fine, è veramente la FINE DEFINITIVA?
E’ vero, i suoi romanzi rimarranno per sempre e si possono rileggere ogni volta che si desidera. Ma quelle parole, le ultime, segnano un confine che non sono ancora pronta a superare.

Romeo and Juliet Romeo crying

Tutto questo basterebbe a farmi produrre tante lacrime da riempire una vasca da bagno! Ma è solo una piccola parte perché se avessi dovuto elencare tutto ciò che mi causa questo tipo di disagi mentali, avrei dovuto scrivere un post lungo come un romanzo.
E voi? Ci sono scene o momenti che vi fanno versare fiumi di lacrime anche a distanza di tempo? Vi sentite anche voi, a volte, un po’ “frignoni”? Fatemi sapere.  🙂

3 pensieri su “La dura vita di noi frignoni

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